permettetemiché…
cosa vedete qui?”. “Una macchia d’inchiostro”, rispose qualcuno. “Bene”, continua il professore, “così sono gli uomini: vedono soltanto le macchie, anche le più piccole, e non il grande e stupendo foglio bianco che è la vita”. (Vittorio Buttafava)
Mi prendo uno spazio per qualche chiarimento, non per giustificarmi si badi, non ne sento il bisogno, ma per spiegare alcune cose. Il mi prendo sembra un inizio troppo personale e presuntuoso, ma è messo lì apposta. Apposta a sottolineare che la faccia di ciò che scrivo, la metto io; che il rischio per stampa occulta, che va dagli otto mesi ai due anni di pena, è mio; che lo sforzo intellettuale e fisico, è altrettanto mio, come pure le spese del materiale. Che ciò che scrivo, condivisibile o meno, e le critiche costruttive possono solo migliorare il prodotto, corrisponde a ciò che penso nulla di più oltre l’obbligo mio morale di una documentazione approfondita, ciò nonostante mi accorgo di fare una quantità di errori che neanche un hangar riesce a contenere, per fretta e per ignoranza. D’altronde sbaglia chi fa, non chi comodo polemizza. Non dimentico certo la cosa più importante, la pazienza e la comprensione di chi legge. Pur dubitando io stesso ci sono delle certezze, o quasi, per quelle assolute rimando alla fine di questo sfogo. Sono certo che nulla è ovvio! Dare per scontato il sapere corrisponde a non conoscerne la sua immensità; la mancanza di voglia di conoscere corrisponde alla presunzione di sapere. Lo sguardo che non va oltre il proprio orto, quando più in là ci sono infinite valli fiorite di conoscenza. Spesso diamo per scontato di sapere cose senza porci delle domande. Non sempre alle domande che ci poniamo sappiamo dare delle risposte, spesso per non sembrare saputelli, altre volte perché il contesto, vuoi della poesia o della parabola, non lo richiede. Metafore, eufemismi, allegorie, sono loro fondamentali; immagini simboliche che ci fanno sentire emozioni, situazioni, sensazioni. Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie proferisce l’Ungaretti nella struggente poesia “Soldati”; Donzel, la gnot plui biele/e je chê ch’e mi tas/dentri, minute come/un centesim di pâs/te sachete dal cûr/dulà che il cuart di lune/intal cidin dal cîl/al lûs come un rincjin… rima l’amico Pierluigi Cappello, uno dei maggiori poeti contemporanei italiani. Si nota che la ragione, la scienza, pur senza logica apparente viene presa a pretesto per esprimere sensazioni. E il tutto fa riflettere. In una prolusione di Furio Honsell a cui assistetti una decina di giorni fa, rettore dell’Università di Udine (componente della giuria del Premio Letterario che organizzo), affermava l’importanza del porsi dei problemi e cercare di risolverli, come palestra per la mente, ma anche per la rilevanza che ha la soluzione nel campo scientifico – informatico. Dove domande come “sapete perché il cielo in una giornata soleggiata è azzurro” ci sembrano tremendamente stupide, ma la scienza non ha ancora trovato risposte; risposte a quesiti che ci sembrano ovvi verrebbero pagate in maniera inverosimile. Concludo con l’esempio di come una domanda possa apparire ovvia e dare più risposte. Nel mio girovagare da postino sul manifesto affisso al campanile giorni fa lessi la frase « Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna? ». Mi stupii molto quella frase così isolata fisicamente, che contiene un’infinità di risposte a cui cercavo nella mia non conoscenza di dare delle risposte. Interessante perché è una parabola del Vangelo (vangelo secondo Marco. 10, 17-27) che contiene un’altra parabola che noi spesso usiamo e che forse non conosciamo l’origine. Gesù, invitava il ricco che voleva la vita eterna di dare tutto ai poveri e seguirlo in cielo ammonendo che « è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». La stupenda parabola non ha fondamento scientifico, ma ci fa sentire perfettamente la volontà di Dio. Se circoscrivo la parabola in un contesto più terreno potremo dire che per avere la vita eterna devo perseguire i dettami di Dio, ma devo morire in quella terrena. Che detto così sembra un controsenso. La ricerca della vita eterna, è anche quella scientifica, che cerca di allungarla il più possibile. Vi è poi la vita eterna che ricerchiamo in ciò che facciamo e in ciò che lasciamo. Come all’inizio per dire che non dobbiamo considerare tutto ovvio, tutto saputo. I quasi 2.500 libri che tappezzano la casa in cui vivo, molti dei quali letti, non mi hanno fatto diverso, mi hanno solo interessato, fatto riflettere, arricchito con il sapere di chi li ha scritti, che non conosco ma che ringrazio per avermi dato. Mi hanno trasmesso una frustrante consapevolezza della mia immensa ignoranza, ma anche che oltre il mio orto ci sono infinite valli fiorite di conoscenza. Concludo dicendo che un allontanamento non è sempre disaffezione, si può cambiare camicia, ma non ciò che in essa batte, ma è anche vero che l’ingratitudine lascia amarezza e solitudine, che prendono il posto di un decennio di impegno totale e speranze deluse.
Grazie per la pazienza. Un grazie che io mai colsi!
Renzo Furlano
Ps. Il significato della parabola delle noci non è che dobbiamo acquistare un sacchetto di noci sgusciate, è di non usare prepotenza su chi è diverso o più debole …
Uno dei mali peggiori dell’umanità è sapere che schiacciando due noci una, delle due si rompe prima. Quello primario è farlo nella consapevolezza!
numero cinque
Permettetemiche….. di parlare di geografia
Comprendo, anche se con una punta di dispiacere, che del Villanova che gioca negli inferi del calcio, sul Messaggero Veneto di Udine il martedì, non venga fatta menzione, probabilmente perché creduto oltre il (lo) Judrio (non mi sembra che il tranquillo popolo austriaco voglia ri – determinarne i confini!), ma mi sorprende l’articolista del Piccolo che confonde il fiume Corno con l’Isonzo. Così scrive:”…nel recupero, dopo una timida reazione dei bisiachi, Maccarone infligge l’ennesimo dispiacere…” Medeuzza è sì tra due fiumi (Corno e Natisone), ma a questo punto lo sono tutti i paesi…
numero quattro
Permettetemiche….. di parlare di certezze. Argomento che socialmente negli ultimi scorsi trova molti interessi, e con essi, ovviamente dubbi. È da qui non vogliamo proporre disquisizioni sociologiche o filosofiche, ne scomodare l’Assoluto (concetto puro per Kant) o la Certezza (il sapere assoluto di Hegel, capace di superare soggettività e oggettività), ma vogliamo molto più prosaicamente creare un curioso abbinamento; il convincimento e la partita di calcio. Di sicuro una partita di calcio, diversamente da molti altri sport, produce un risultato finale conseguente ad uno o più episodi, pochi comunque. Per massimizzare il concetto potremmo dire che può succedere che la squadra X domina in maniera assoluta per 90 minuti, ma al 90’ una rimessa sbilenca del libero della squadra Y serve, grazie all’aiuto di una follata di vento, il proprio attaccante infreddolito, che s’invola incespicando sul pallone verso la porta avversaria, l’arbitro solitamente distante fischia l’inesistente rigore. La squadra Y realizza e vince. Ora, girando idealmente pagina, vorrei affermare che nel calcio — e nella vita — non ci sono certezze. Antepongo il risultato di un’analisi forse strampalata. Per farlo determino che; qualsiasi risultato è la somma di un insieme di fattori, più o meno da noi definibili . Le certezze allora cosa sono? Incominciamo con la scienza. Nel nostro caso la matematica della classifica, che pone una squadra in un ordine diverso dall’altra. Poi c’è la logica. Cioè, se la squadra X ha perso contro la squadra Y, e la squadra Z ha vinto contro la Y; logica vuole che la squadra Z batta la squadra X. L’esperienza. Anche in questo caso lasciamo Kant nel suo cantuccio filosofico per scomodare il nostro instancabile capitano Simone Mocchiutti. Nella partita di ieri, al 6’ della ripresa ha architettato un formidabile fendente che si è infilato sul secondo palo della porta avversaria, ciò mi faceva andare a ritroso alle ultime due partite, quando in tale minuto subimmo un gol. E ciò, nell’immaginario, forse non molto collettivo, doveva portare “male” alla squadra avversaria. La speranza componente strana, che di fronte ad una mancanza totale di fondamento scientifico ed intellettuale, può, per un effetto strano determinato dal “cuore”, ribaltare completamente gli altri forti fattori. Infine, percentualmente non molto determinante, ma certamente curiosa; la superstizione. Qualcosa di cui nessuno ammette la credenza, ma a cui molti fanno appello. Il bello del tutto è che quando non funziona si cercano delle scusanti. Confesso di aver indossato per qualche partita (con risultato positivo) lo stesso indumento; l’ho smesso convinto che l’effetto sia svanito con il lavaggio dello stesso. Ciò in faccia alla ponderazione e razionalità. Fatte queste lunghe premesse, concludo con la certezza che ieri abbiamo perso!!!!!! Renzo
umero tre
D’informarvi che ho scoperto l’assoluto. Spesso, a mio rischio, mi sono imbarcato in viaggi filosofici o presunti (da me) tali, per la sola esigenza di riempire commenti di partite evidentemente povere nei contenuti, ciononostante i miei limitati mezzi che non mi hanno mai permesso di essere esaustivo. Assoluto o relativo. Spesso li ho contrapposti, cercato di “pesarli”, non per dare delle certezze, ma per il piacere del dubbio, per l’interesse e la curiosità che genera. Una sorta di palestra per la mente, quando il corpo si assoggetta alle conseguenze del passare del tempo, al suo uso ed abuso. L’esacerbamento dello stato diviene sempre più evidente, e non ti rimane che qualche piccola soddisfazione; quella del pensare, magari in silenzio, di nascosto. Tanto per il gusto di farlo. Anche se l’organo, anch’esso stanco, sbotta, sbuffa e sbruffa come una vecchia locomotiva, nell’ultimo singulto ricalcitrante, che l’avvia solitaria verso il binario del non ritorno! E tutto ciò per dire che ho scoperto l’assoluto del nulla – se dicessi il contrario, il nulla del assoluto, rischierei troppo da un punto di vista linguistico e pseudo filosofico -. E mi riferisco alla partita di ieri. Un qualcosa che in negativo supera qualsiasi presupposto, va oltre l’esperienza e l’immaginario, che può essere arricchito solo dalla figura della terza persona, non scomoda, intrigante, ma parte attiva e consona di quanto rappresentato: l’arbitro. Non il solito, ma piuttosto, un grande artista surreale, che con un’installazione contemporanea è riuscito a dare una cornice degna al nulla. La partita, è iniziata con 25 minuti di ritardo, ciò a causa della sveglia dell’arbitro che evidentemente, non solo gli ha fatto sbagliare – come lui ha candidamente ammesso – orario, ma si è dimenticata di fare il suo lavoro anche durante l’intera partita!!!!!!!
numero due
Mandi a farsi benedire il Villanova!!!! Come tutti quelli di parte, e ognuno di noi lo è, o di una o dell’altra – la cosa diventa negativa quando la scelta cade su entrambe le opportunità – quando non si realizza ciò in cui si sperava si cercano scuse reali e a volte inventate. È mia intenzione accodarmi a ciò. La scusa degli infortuni! Cinque titolari alla prima di campionato è una sorta di record. All’ormai “vecchia” frattura di Bibalo, nel tempo si è aggiunta un’incrinatura alla costola di Carlini (appena recuperato), la distorsione alla caviglia di Grattoni (recuperato), uno stiramento a Bulfone, e si spero ultima, la frattura di una costola a Battista. Vi è da dire che tre di queste sono state subite in cosiddette amichevoli. E non mi dilungo in commenti!!! Un commento lo vorrei però fare sul infortunio occorso a Bibalo, sempre in una partita amichevole. Ebbene, una frattura del genere ha fatto riecheggiare il suono secco della rottura, da subito si è notato che il piede non seguiva alzandolo il resto della gamba, si è visto che lo stesso giocatore veniva portato via dai dirigente della squadra con urgenza in ospedale. Non vi è stato però nei giorni seguenti nessun interessamento della società ospitata in amichevole. Strano modo d’intendere lo sport!!!!!
numero uno
Non sono solito vedere le partite in tivù, spesso neanche quella della nazionale….. Quella mia, di nazionale, gioca sulle rive di un torrente che è o asciutto, o esondato, non conosce “umidità” intermedie; è il (“lo” per i non abitanti) Judrio. Villanova! Villanova del Judrio!! Squadra sconosciuta ai lembi della nostra bella Italia (che comunque possiede un sito Internet) in quella provincia di Udine che vede i filari d’uva dipingere le sue dolci colline, relegata, non per propria scelta agli inferi della terza categoria. Quel rettangolo che da anni frequento, curato dai Marino, Ettore ed Emiliano, gli spogliatoi di Giancarlo e del suo valido sostituto Alfredo, il chiosco sempre pronto con la pastasciutta per tutti gli astanti; quel campo verde che sovente mi da emozioni più forti di me, che dona gioia, e a volte mi procura dolore. Quasi casualmente ho visto l’ultima partita della nazionale, quella dei grandi professionisti, giocare e vincere contro una squadra che da noi giocherebbe nel campionato di eccellenza. Forse! Bene, memorie secolari, da quando ero piccolo e la tivù muoveva le sue prime immagini – non c’era ancora Sky – mi fanno diventare “interista”: la partita per cui propensi a tifare per i colori neroazzurri era contro il Vasas di Budapest; vi era un giocatore di nome Sandrino Mazzola, fece fuori 7 giocatori e mise la palla in porta.
Io scelsi!
Ieri, sabato, la vergogna di un professionista strapagato che gioca in tale squadra; Vieri!
Dopo avere fatto la sua partita, segnato, e giustamente sostituito in una partita che ormai non diceva nulla, si lasciava andare ad un gesto squallido, ripetuto, che non dovrebbe essere pari ad uno che guadagna miliardi all’anno. Perché li seguiamo questi signori? E non i Giuseppe, Giovanni, Simone, Emiliano, Mauro, ecc. il cui impegno e serietà è superiore ai primi. Si chiameranno solo Tizio e Caio per il grande pubblico, ma noi sappiamo chi sono, gli allenamenti durante la settimana dopo una giornata di duro lavoro, quale sacrificio essi fanno per giocare alla domenica…
Io ho scelto; loro!!!